Avvelenate, addormentate in eterno, abbandonate in una torre o prigioniere nella caverna di un drago: ecco come ci sono state raccontate da bambini. La figura di una damigella in pericolo di vita (salvata eroicamente dal prode principe azzurro) è centrale nella maggior parte delle fiabe più conosciute, come “Biancaneve” o “La bella addormentata”. La figura femminile “da salvare” è uno stereotipo che è presente in molte opere letterarie; tuttavia, a volte, le donne si aggirano in esse come fantasmi, tormentando, tentando, decidendo le sorti altrui… il punto d’incontro?Uno strettissimo legame con la morte.Cathy Earnshaw, Circe, Madame Bovary, Salomé, Pandora e persino le Parche: il male, il dolore e l’oblio incarnati in una donna.“Rebecca” di Daphne du Maurier presenta, a parer mio, una delle più intriganti figure femminili di questa tipologia.Rebecca è morta. È quanto più lontana possa essere dalla protagonista e da suo marito Maxim, eppure il suo ricordo è così vivo da metterla costantemente in ombra nella sua stessa storia. Di umili origini, figura centrale eppure senza nome o particolari attrattive (come lei stessa pensa di sé), la nuova moglie di Maxim de Winter si è trasferita nella sua tenuta in Cornovaglia, Manderley, dopo il matrimonio e fin da subito appare secondaria a confronto con la meravigliosa, raggiante e bellissima Rebecca, la precedente signora de Winter. Tra le parole crudeli della governante e i silenzi dolorosi del marito al solo nominare la prima moglie, la protagonista è perseguitata dal ricordo di una donna che non ha mai conosciuto e che sembra condizionare ancora gli abitanti di Manderley. Affiancato ai tipici elementi della letteratura gotica la Maurier inserisce il suo brillante stile fatto di suspence e mistero, conducendo il lettore tra le realtà opposte che dominano questa storia: la protagonista e Rebecca, la verità e l’apparenza e, più di tutte, la vita e la morte.