In una notte limpida d’inverno, alzando la testa e guardando il cielo, lo sguardo si imbatte in molteplici punti luminosi: stelle, pianeti e, in certi periodi, persino comete. In realtà, quello che noi vediamo è una porzione piccola dell’universo, “solo” 46,5 miliardi di anni luce. Si potrebbe pensare che, se fossimo più tecnologicamente avanzati e sviluppassimo telescopi migliori, potremmo vedere più lontano.Purtroppo, però, ci imbattiamo non in un limite tecnologico, ma strutturale dell’universo. Noi vediamo le stelle perché intercettiamo la luce che esse emettono, la luce però ha una velocità finita. L’universo ha iniziato a esistere 13,8 miliardi di anni fa e da allora si è espanso, ma non è un’espansione rigida. Pensate a una sbarra e due punti disegnati sopra, se ad essa aggiungete un pezzo, i punti restano alla stessa distanza; se invece la tirate alle estremità, i punti si allontanano. L’universo, allo stesso modo, si espande “stirandosi”: le galassie si allontanano non perché si muovono ma perché è lo spazio tra di esse a dilatarsi. Il risultato di ciò è che noi vediamo l’universo entro 46,5 miliardi di anni luce.Tutto quello che è oltre questa “barriera” non è osservabile perché la velocità a cui si allontana da noi supera quella della luce e quindi la luce da esso emessa non ci raggiungerà mai.Ma quindi noi sappiamo cosa c’è oltre quello che vediamo? La risposta forse sarà deludente, anzi ad alcuni sembrerà una non risposta: la scienza parte dall’osservazione della realtà, quello che non è osservabile non è scientificamente conoscibile. Non sappiamo nulla di quello che c’è oltre al confine dell’osservabile. Possiamo solo fare ipotesi, confidando che l’universo sia uniforme e che anche lì valgano le stesse leggi fisiche. In altre parole, come spesso nella vita, scegliamo di credere che anche dove non vediamo, l’universo segua le stesse regole che conosciamo noi.